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venerdì 20 aprile 2012

Una sigaretta per...

Ai miei amici fumatori


Una sigaretta per rilassarci, per riflettere, per concentrarci, per allontanare l'ansia, per ritrovare noi stessi, per una pausa, per staccare dalla routine, per andare di corpo, per dimagrire, per il caffè, per la digestione, per gustare un momento particolare, per chiudere la giornata, per iniziare la giornata, per pensare ... 


... ecco pensiamo a quanti ingredienti contiene una sigaretta.




Credo sia opportuno.
La conoscenza e la consapevolezza sono -devono essere- alla base delle nostre scelte quotidiane.
Anche, e soprattutto, nel caso del fumo.

domenica 5 febbraio 2012

La salute dipende da noi


Prendo spunto da una discussione, nata su Facebook, sul tema "Carne e Proteine Animali". Sappiamo, ormai da tempo, che un abuso di proteine animali provoca effetti negativi sulla salute. Non starò a citare nel dettaglio le molteplici conseguenze, per cui rimando agli articoli riportati in calce (che invito a leggere), ma mi attira il porre l'attenzione sulla capacità di noi singoli a riflettere e ragionare. Per alimentare le riflessioni e stimolare il ragionamento mi corre l'obbligo di tracciare alcune linee di orientamento che possano (auspico) facilitare il percorso verso una maggiore presa di coscienza. 

venerdì 26 novembre 2010

Sani e malati, pari sono?

L’idea di dare una medicina alle persone sane sembra un paradosso, ma rappresenta il sogno mai confessato di chi produce farmaci. E ci sono segnali che in qualche caso possa trasformarsi in realtà.

Come quando, lo scorso febbraio la FDA ha esteso le indicazioni all’impiego di un farmaco abitualmente utilizzato per controllare i livelli troppo elevati di colesterolo nelle persone a rischio di malattie cardiache o già cardiopatiche (si chiama rosuvastatina e fa parte della numerosa famiglia delle statine, i più diffusi farmaci ipocolesterolemizzanti) ai soggetti non malati di cuore e senza ipercolesterolemia.

In realtà questa possibilità era già stata ventilata nel 2008, dopo la pubblicazione su una prestigiosa rivista medica, il New England Journal of Medicine di uno studio il cui acrononimo è JUPITER (Justification for the Use of Statins in Primary Prevention: an Intervention Trial Evaluating Rosuvastatin). Ma nel giro di un paio d'anni si è passati da una proposta basata sui risultati di una ricerca scientifica, alla sua messa in atto nella pratica clinica. Il salto non è banale, non solo dal punto di vista concettuale, ma anche perché il mercato potenziale delle statine negli Stati Uniti, con i suoi 238 milioni di prescrizioni ogni anno, vale già tra i 15 e i 20 miliardi di dollari e vede l’ingresso di altri 6 milioni circa di candidati alla cura con un aumento annuale dei costi sanitari di 9 miliardi di dollari.

Oltre tutto si rischia di trasmettere un messaggio sbagliato sulla salute, presentando l'assunzione di una compressa come alternativa alla prevenzione cardiovascolare basata sulla modifica degli stili di vita (alimentazione, attività fisica, fumo, alcol). Senza verificare che il farmaco controlli il rischio anche in chi continua con le proprie abitudini non corrette.

Approfondimenti su PARTECIPASALUTE

lunedì 20 settembre 2010

Serve il pecorino per combattere il colesterolo?

Riporto la notizia che ha fatto il giro delle sette chiese. I giornali si sono accapigliati per riportarla il prima possibile. Per anticipare gli altri. Ma il web aveva fatto già tutto. Ecco lo scoop.

"Da oggi sembra possibile. C'é Cladis. Non e' il nome dell'ultimo ritrovato della scienza, bensi' un formaggio pecorino anticolesterolo made in Italy. Per essere piu' precisi Cladis e' un formaggio con lo stesso sapore degli altri e che ha come caratteristica fondamentale quella di essere ricco di acido linoleico coniugato (Cla). Quest'ultimo e' un acido grasso polinsaturo che aiuta il nostro organismo e quindi anche la nostra salute grazie all'azione protettiva nei confronti delle malattie cardiovascolari. Il super formaggio con azione protettiva e' stato ottenuto grazie alla lavorazione del latte di pecore nutrite con uno speciale mangime ricco di semi di lino estrusi. Autori della scoperta e della produzione, sono i ricercatori e gli studiosi della facolta' di agraria dell'Universita' di Pisa. A capo del team di lavoro c'e' Pierlorenzo Secchiari, che ha dato il via ad uno studio molto interessante. L'effetto protettivo di tale formaggio verra' testato su un centinaio circa di pazienti con i seguenti requisiti: essere donne, aver superato i 60 anni e soffrire di sindrome metabolica. La ricerca e' stata affidata ad un gruppo di studiosi di Abano Terme e ha come obiettivo di verificare la funzione protettiva del nuovo pecorino contro malattie cardiovascolari e osteoporosi. I test e le ricerche dureranno trenta mesi. Una volta passati con esiti positivi tutti i controlli, la produzione potrebbe estendersi e giungere fino in Abruzzo. Un allevamento di Onna, in provincia dell'Aquila, è già pronto per lo start produttivo."

Ma abbiamo davvero bisogno di mangiare il formaggio per proteggerci dalle malattie cardiovascolari e dall'osteoporosi? Basterebbe combattere la sedentarietà, anche quella mentale.

Ciò è quanto divulgato dai media che a queste notizie si aggrappano per riempire pagine che altrimenti rimarrebbero inutilizzate. E poi l'alimentazione fa sempre notizia, lo sappiamo bene tutti. Esperti e non. Quindi si tratta di una vera novità? Di una scoperta innovativa? Di cui non si è mai parlato prima d'ora? Ho qualche dubbio. Vediamo.

Non è la prima volta che si parla di pecorino anticolesterolo sui media italiani. Due esempi? Un-pecorino-sardo-anti-colesterolo-ed-amico-della-dieta e Formaggio anticolesterolo
Ora se ne riparla grazie al finanziamento di 276 mila euro concesso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo ai ricercatori dell’Università di Pisa.
Se c'è la volontà di saperne di più, invito gli amici lettori a visionare il link Trashfood.

giovedì 3 giugno 2010

Le bevande zuccherate fanno salire la pressione

Una riduzione della pressione arteriosa sistolica (massima) di 3 mm Hg sarebbe in grado di ridurre la mortalità per ictus dell'8% e la mortalità per malattie cardiache del 5%. Questa riduzione potrebbe essere agevolata da un ridotto consumo di bevande zuccherate. Sì proprio così. Le bevande zuccherate, tra le altre conseguenze, comportano un aumento della pressione arteriosa. Una ricerca USA - che ha coinvolto una popolazione di 810 adulti - ha documentato che un ridotto consumo di bevande zuccherate determina una riduzione della pressione sistolica (massima) e diastolica (minima). Sono definite "bevande zuccherate" tutte quelle che annoverano tra gli ingredienti almeno uno dei seguenti: saccarosio, sciroppo di mais, sciroppo di glucosio, fruttosio, destrosio; incluse le bevande analcoliche e le bevande di frutta. Quindi un primo invito a prestare massima attenzione alle etichette. Un secondo invito a dare maggiore preferenza alle bevande senza aggiunta di zuccheri (e sale). L'acqua ad esempio. I frullati e le spremute fatti all'istante. La frutta e le verdure di stagione che sono veri serbatoi di acqua, oltre che di sali minerali e vitamine.

venerdì 4 dicembre 2009

Se il sale aumenta, la salute diminuisce

Consumare abitualmente a tavola quantità eccessive di sale compromette seriamente la salute del cuore.
A stabilirlo è un ampio studio pubblicato di recente sulla rivista British Medical Journal che ha definitivamente confermato la correlazione, da tempo ipotizzata dagli esperti, tra l'assunzione elevata di sale e l'aumento del rischio di malattie cardiovascolari.
I ricercatori prendendo in considerazione numerosi studi clinici presenti in letteratura, della durata compresa tra 3,5 e 19 anni, hanno analizzato in totale risultati relativi a oltre 170mila partecipanti e a circa 11mila casi di problemi cardiaci.
In breve, per ogni incremento di 5 grammi nell'assunzione giornaliera di sale, è stato stimato un aumento del rischio di ictus e di malattie cardiovascolari pari al 23% e al 17%, rispettivamente. «Per inevitabili imprecisioni nella misura della quantità di sale consumate, le conseguenze sulla salute sono state probabilmente sottovalutate» ha commentato Pasquale Strazzullo del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell'Università Federico II di Napoli. «I nostri risultati sottolineano la necessità di un consumo adeguato di questo ingrediente, durante la giornata, per una corretta prevenzione dei problemi cardiovascolari». Ma quali sono le principali fonti di sale nella nostra alimentazione?
  • Gli alimenti allo stato naturale (acqua, frutta, verdura, carne, ecc.)
  • I cibi trasformati che acquistiamo nei negozi alimentari e nei supermercati
  • I cibi che prepariamo in casa a cui aggiungiamo il sale durante la cottura o dopo mentre li mangiamo

Tra i cibi trasformati, la principale fonte di sale nella nostra alimentazione abituale è rappresentata dal pane e dai prodotti da forno (biscotti, crackers, grissini, ma anche merendine, cornetti e cereali da prima colazione, bibite dolci). Si tratta di alimenti che comunemente non vengono considerati come possibili apportatori di sale, ma che invece ne contengono più di quanto pensiamo. Infatti i derivati dei cereali sono una fonte importante di sale, perché li consumiamo tutti i giorni e in quantità più elevate rispetto, per esempio, agli insaccati, ai formaggi, alle conserve di pesce o alle patatine fritte, che in assoluto contengono maggiori quantità di sale ma sono consumati in quantità minori.
Anche alcuni condimenti utilizzati in sostituzione o in aggiunta al sale sono ricchi di sale.
È il caso, per esempio, del dado da brodo (anche sotto forma di granulato), del ketchup e della salsa di soia.

Fonti

British Medical Journal 24 novembre 2009, early online pubblication

INRAN

Marketing e cibo

mercoledì 29 luglio 2009

HDL e LDL: confronto tra buoni e cattivi


I livelli plasmatici di lipoproteine ad alta densità (HDL, cosiddetto colesterolo buono) sono associati in modo inversamente proporzionale al rischio di malattie cardiovascolari: cioè sembra che agiscano da fattori protettivi verso queste malattie. Finora, però, i tentativi di dimostrare che il loro aumento (ottenuto con i farmaci) comporti una ulteriore diminuzione del rischio cardiovascolare, non hanno ottenuto risultati inequivocabili.
Analizzando 108 studi di autorevole livello scientifico - coinvolgenti oltre 300.000 pazienti - si è voluto valutare se le variazioni del colesterolo HDL si associno a modifiche della mortalità e dei casi di malattie cardiovascolari gravi.
Il lavoro, pubblicato sul British Medical Journal, ha dimostrato che non esiste alcuna associazione tra l'aumento delle HDL (grassi buoni) e la diminuzione della mortalità generale o specifica per malattie cardiovascolari, e lo stesso vale per i casi di malattie cardiovascolari in genere.
Si è invece osservato che la diminuzione delle LDL (colesterolo cattivo) comporta una riduzione evidente dei rischi correlati. In particolare, abbassando i valori delle LDL di 10 mg/dl si ha una riduzione del rischio di morte generale di circa il 4,4%, di morte specifica cardiaca del 7,2% e degli eventi cardiaci in genere del 7,1%.
In definitiva, lo studio suggerisce che è meglio abbassare i livelli elevati di LDL (abbattere i grassi cattivi) che aumentare i livelli di HDL (aumentare i grassi buoni).

La scelta di una terapia con farmaci ipolipemizzanti, quindi, deve partire dal presupposto che il farmaco sia in grado di diminuire le LDL, indipendentemente da una dichiarata efficacia sulle HDL.

Briel M et al. Association between change in high density lipoprotein cholesterol and cardiovascular disease morbidity and mortality: Systematic review and meta-regression analysis. BMJ 2009 Feb 16; 338:b92