sabato 5 gennaio 2013
La tutela della salute invece della cura delle malattie
giovedì 3 giugno 2010
Le bevande zuccherate fanno salire la pressione
Una riduzione della pressione arteriosa sistolica (massima) di 3 mm Hg sarebbe in grado di ridurre la mortalità per ictus dell'8% e la mortalità per malattie cardiache del 5%. Questa riduzione potrebbe essere agevolata da un ridotto consumo di bevande zuccherate. Sì proprio così. Le bevande zuccherate, tra le altre conseguenze, comportano un aumento della pressione arteriosa. Una ricerca USA - che ha coinvolto una popolazione di 810 adulti - ha documentato che un ridotto consumo di bevande zuccherate determina una riduzione della pressione sistolica (massima) e diastolica (minima). Sono definite "bevande zuccherate" tutte quelle che annoverano tra gli ingredienti almeno uno dei seguenti: saccarosio, sciroppo di mais, sciroppo di glucosio, fruttosio, destrosio; incluse le bevande analcoliche e le bevande di frutta. Quindi un primo invito a prestare massima attenzione alle etichette. Un secondo invito a dare maggiore preferenza alle bevande senza aggiunta di zuccheri (e sale). L'acqua ad esempio. I frullati e le spremute fatti all'istante. La frutta e le verdure di stagione che sono veri serbatoi di acqua, oltre che di sali minerali e vitamine.venerdì 4 dicembre 2009
Se il sale aumenta, la salute diminuisce
Consumare abitualmente a tavola quantità eccessive di sale compromette seriamente la salute del cuore.A stabilirlo è un ampio studio pubblicato di recente sulla rivista British Medical Journal che ha definitivamente confermato la correlazione, da tempo ipotizzata dagli esperti, tra l'assunzione elevata di sale e l'aumento del rischio di malattie cardiovascolari.
I ricercatori prendendo in considerazione numerosi studi clinici presenti in letteratura, della durata compresa tra 3,5 e 19 anni, hanno analizzato in totale risultati relativi a oltre 170mila partecipanti e a circa 11mila casi di problemi cardiaci.
In breve, per ogni incremento di 5 grammi nell'assunzione giornaliera di sale, è stato stimato un aumento del rischio di ictus e di malattie cardiovascolari pari al 23% e al 17%, rispettivamente. «Per inevitabili imprecisioni nella misura della quantità di sale consumate, le conseguenze sulla salute sono state probabilmente sottovalutate» ha commentato Pasquale Strazzullo del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell'Università Federico II di Napoli. «I nostri risultati sottolineano la necessità di un consumo adeguato di questo ingrediente, durante la giornata, per una corretta prevenzione dei problemi cardiovascolari». Ma quali sono le principali fonti di sale nella nostra alimentazione?
- Gli alimenti allo stato naturale (acqua, frutta, verdura, carne, ecc.)
- I cibi trasformati che acquistiamo nei negozi alimentari e nei supermercati
- I cibi che prepariamo in casa a cui aggiungiamo il sale durante la cottura o dopo mentre li mangiamo
Tra i cibi trasformati, la principale fonte di sale nella nostra alimentazione abituale è rappresentata dal pane e dai prodotti da forno (biscotti, crackers, grissini, ma anche merendine, cornetti e cereali da prima colazione, bibite dolci). Si tratta di alimenti che comunemente non vengono considerati come possibili apportatori di sale, ma che invece ne contengono più di quanto pensiamo. Infatti i derivati dei cereali sono una fonte importante di sale, perché li consumiamo tutti i giorni e in quantità più elevate rispetto, per esempio, agli insaccati, ai formaggi, alle conserve di pesce o alle patatine fritte, che in assoluto contengono maggiori quantità di sale ma sono consumati in quantità minori.
Anche alcuni condimenti utilizzati in sostituzione o in aggiunta al sale sono ricchi di sale.
È il caso, per esempio, del dado da brodo (anche sotto forma di granulato), del ketchup e della salsa di soia.
Fonti
British Medical Journal 24 novembre 2009, early online pubblication
INRAN
domenica 4 ottobre 2009
L'inganno dei cibi saporiti

venerdì 24 luglio 2009
Bambini: l'eccesso di peso fa salire la pressione

La correlazione tra obesità e ipertensione arteriosa è conosciuta da tempo. Questo rapporto vizioso va consolidandosi, sempre di più, anche nelle età più giovani in sintonia con l'aumento dell'obesità. Bambini e adolescenti obesi presentano valori di pressione arteriosa (PA) ai limiti alti o francamente patologici. Il fenomeno è in crescita, spinto dal boom di baby-obesi che interessa anche l'Italia, patria di una dieta virtuosa ormai poco seguita. Oggi, rilevano gli esperti, su 100 ragazzi 'oversize' si contano fino a 15 ipertesi, e se si guarda alla popolazione giovanile generale la percentuale raggiunge il 2-3%. Un errore molto comune, anche tra i medici, è considerare che l’ipertensione arteriosa sia appannaggio degli adulti. È tanto radicata questa credenza che spesso la misura della PA non fa parte della visita di routine del bambino. Trascurati dalla medicina e ignorati dalle linee guida sull'ipertensione stilate nel 2007. La Società europea di ipertensione (ESH) ha deciso di colmare il vuoto di informazioni con un pacchetto di linee guida tarate proprio sui più piccoli. La diagnosi precoce è fondamentale, dice l'esperto, perché "offre al pediatra l'opportunità di mettere in campo misure preventive, riducendo i rischi. E' necessaria una campagna per modificare gli stili di vita puntando su alimentazione sana, basso contenuto di sale, niente fumo e alcol, attività fisica regolare". In alcuni casi sarebbe necessario anche l'intervento farmacologico. "E qui ci si scontra con un altro problema: i più giovani sono 'orfani terapeutici'. Non si sa nulla sui trattamenti per questa fascia d'età ed è difficile portare avanti degli studi.
Fonti di approfondimento
Falkner B. et al. Hypertension in children and adolescents. Am J Hypertens. 1995 Dec;8(12 Pt 2):106s-110s.
Menghetti E. et al. Increase of hypertension among adolescents in Rome. Minerva Pediatr. 2007 Feb;59(1):1-5.
Iva Pollini.Condizioni particolari. Ipertensione arteriosa nei bambini,negli adolescenti e nei giovani. Ital Heart J 2000; 1 (Suppl 5): 83-86.
Ardissino1 et al. Criteri diagnostici e terapeutici dell’ipertensione arteriosa in età pediatrica. Giornale Italiano di Nefrologia. Anno 23 n. 2, 2006, pp. 149-162.
giovedì 23 luglio 2009
Pressione arteriosa: non esagerare con i trattamenti

La regola secondo cui "più si abbassa la pressione meglio è" ha ispirato per anni le scelte dei camici bianchi sulle terapie per i pazienti ipertesi. Ma oggi si cambia: la legge del 'low is better' non è più così universale. Esiste un limite oltre il quale i pazienti a rischio non possono scendere. Sotto 125 mmHg per la massima e 75 per la minima gli eventi cardiovascolari tornano ad aumentare. A dimostrarlo sono tre studi: Invest, Value e Ontarget che hanno coinvolto 30mila pazienti con un largo contributo scientifico italiano. "L'ideale è la via di mezzo", spiega Giuseppe Mancia, direttore della Clinica medica e dipartimento di medicina clinica all'università Milano Bicocca-ospedale San Gerardo di Monza. "Mantenersi, cioè, sempre sotto una soglia massima che per una persona sana (senza fattori di rischio, non fumatrice e non in sovrappeso) può salire anche a 140 mmHg di massima 90 mmHg di minima, per i soggetti a rischio è fissata a 130/85 mmHg. Ma senza scendere troppo in basso". La 'zona franca' ha un confine, suggeriscono le ultime ricerche e il dibattito fra gli esperti, oltre il quale infarto, problemi renali e vascolari tornano all'attacco.
da Adnkronos
giovedì 21 febbraio 2008
Troppo sale = ipertensione e obesità

La quantità di sale che assumiamo ogni giorno con gli alimenti e le bevande è esageratamente elevata in confronto ai nostri fabbisogni: si possono raggiungere livelli che oltrepassano il 400% del fabbisogno giornaliero [vedi anche "Livelli scioccanti di sale in alimenti fast food per bambini" (pubblicato in questo blog il 15 gennaio 2008)]. Ma il gusto ne va pazzo! E per sedare la sete? Aumentiamo l'introito di liquidi, spesso con bibite dolci e gassate.
La correlazione tra sale e bibite dolci è stata messa a fuoco nell’ambito di uno studio realizzato dai ricercatori della St. George’s University di Londra.
Essi concludono affermando che: “Se la popolazione di età compresa tra 4 i 18 anni diminuisse della metà il consumo di sale, pari a una riduzione di circa 3 grammi al giorno, potremmo assistere a un decremento di circa due bibite alla settimana, corrispondenti a circa 250 chilocalorie in meno alla settimana. Non solo si avrebbe una riduzione del rischio di ipertensione dovuto proprio al minore introito di sale, ma anche una riduzione dell’obesità derivante dal minor consumo di bevande zuccherate.”
